Su Facebook ci sono più di 30 milioni di morti

Redazione 23 July 2013

Tradizionalmente, l'idea di affrontare la morte era legata al mondo reale. Si programmavano i funerali, si dava l’addio al defunto e si era pronti a volare in cielo. Al giorno d’oggi molti di noi hanno un alter ego digitale che sopravviverà alla fisicità terrena. Al momento ci sono più di trenta milioni di deceduti i cui account sono tuttora su Facebook. I loro profili sono la fotografia del lutto del ventunesimo secolo.

La cultura del cordoglio online è uno degli effetti collaterali più interessanti dei social media, poiché permette (anche se limitatamente) di interagire con una persona anche quando questa smette di esistere fisicamente. Oltre a spostare l’attenzione su quello che vogliamo far vedere delle nostre vite e su ciò che si potrebbe definire una sorta di eredità online, la mania della vita digitale ha generato una nuova industria che ruota intorno al discorso della morte su Internet. Google, per esempio, ha inaugurato l’Inactive Account Manager, un sistema che permette di pianificare il proprio “aldilà digitale” specificando, tra altre cose, chi erediterà i propri video di YouTube.

Evan Carroll è il co-autore di Your Digital Afterlife, una sorta di guida pratica all’attraversamento dello Stige digitale.

VICE: I social media e Internet hanno cambiato il nostro modo di affrontare la morte? Evan Carroll: Il modo in cui affrontiamo il lutto è influenzato dalle nostre vite, e non c'è dubbio che Internet e i social media abbiano il loro peso. Credo che il modo in cui piangiamo la morte di qualcuno sia molto influenzato da questi nuovi mezzi; d'altra parte, si tratta di un evento che ha sempre avuto una dimensione spazio-temporale specifica. Oggi i social network ci consentono di condividere le memorie di chiunque; prendi Facebook, ogni pagina può diventare un luogo in cui parenti e amici pubblicano i loro ricordi. È un'interessante variante del tipico forum pubblico, slegato dal tempo e dallo spazio. Chiunque, senza restrizioni di luogo, potrà ricordare questa persona e avere uno spazio virtuale dove farlo. È affascinante che il deceduto possa continuare a fare da ponte tra altre persone anche dopo la morte, continuando ad avere un impatto sul mondo reale.

Non rischiamo che la nostra eredità perda di importanza nel mondo fisico, man mano che le persone aumentano la propria presenza online, accumulando dati nel mondo digitale? È una domanda interessante. Trovo discutibile l’idea che più dati si accumulano online, meno ricordi tangibili rimangano. Ma non penso che arriveremo davvero a un momento in cui tutto ciò che ci appartiene verrà digitalizzato. La nostra società ha una lunghissima tradizione sulla sepoltura dei morti o la dispersione delle ceneri, e questo non sparirà in un attimo, non con la tecnologia.

Parlando di tradizioni culturali riguardanti la morte, pensi si siano sviluppati nuovi rituali attorno alla presenza online dopo la morte? Con strumenti come il profilo Facebook assistiamo alla nascita di un nuovo spazio per vivere il lutto. I commenti diventano un nuovo modo di ricordare e, in un certo senso, costituiscono una nuova tradizione.

Una cosa interessante che ho notato, in paesi come il Giappone o la Cina, è che non c’è più spazio per le sepolture. Hanno costruito cimiteri online dove si possono creare tombe virtuali. Hanno creato un servizio gratuito che offre una barca virtuale per spargere le ceneri in mare, usando il memoriale digitale come mezzo alternativo per onorare la tradizione e prendersi cura degli avi defunti. È un modo interessante di affrontare il problema dello spazio, nel momento in cui le masse sono sempre più numerose e c’è sempre meno spazio per seppellire i morti. 

Dato che il nostro io digitale sopravvive al nostro io fisico, pensi che inizieremo a prestare più attenzione al ricordo delle nostre vite digitali piuttosto che fisiche? Forse una tomba sarà più uno spazio online, che un punto fisicamente definito. Credo sia assolutamente plausibile. Una tomba digitale sarebbe molto più facile da gestire di una fisica e permetterebbe una maggiore interazione. È giusto tenere in conto che si possa perdere il controllo dell’informazione, ma è sbagliato dire che non può scomparire. È durevole e fragile al tempo stesso.

Facciamo un passo indietro: credo che la nostra generazione sia la prima a rendersi conto del fatto che ci stiamo creando un’identità digitale. Dando uno sguardo alla nostra generazione nel suo insieme, saremo ricordati diversamente dai nostri genitori e dai nostri nonni per questo motivo? Credo saremo ricordati diversamente già solo per il fatto che l’avvento dei social media ha portato con sé l’idea che sia giusto condividere tutto. Vent’anni fa non avrei messo un annuncio sul giornale per raccontare la mia serata. Ma con Facebook e Twitter posso dire a tutti ciò che ho fatto e queste informazioni vivranno più a lungo di me. È un cambiamento drastico. In tutto questo c'è una buona parte di effimero, certo, ma se al posto di un profilo dovessimo gestire gli oggetti di un morto probabilmente butteremmo via molte delle sue cose, mentre sui social ciò che è stato condiviso resterà comunque.

Ciò rappresenta un’enorme opportunità per tutti, tanto di essere ricordati quanto di avere una storia molto più ricca. Tra centinaia di anni potrebbe esistere un'intera branca dell’archeologia dedicata all’indagine sui resti digitali della nostra generazione. La Library of Congress, negli Stati Uniti, sta già tenendo un archivio Twitter. Si avrebbe una visione molto più completa della vita quotidiana delle persone.

Non ci avevo pensato. Se pensassi alla storia come a una linea del tempo illustrata degli ultimi trent’anni, sarebbe tutto incredibilmente dettagliato. Assolutamente sì. Ed è importantissimo assicurarsi di proteggere le nostre informazioni digitali, perché anche se attualmente potrebbero sembrare insignificanti e senza futuro, ci sono buone possibilità che un giorno tutti i nostri tweet su iniziative politiche o azioni militari possano essere rilevanti tanto quanto le lettere dal fronte di quattrocento o cinquecento anni fa.

Credi che la gente sia consapevole di come potrà essere ricordata attraverso i social? Non credo ci si renda conto di crearsi un’eredità a lungo termine quando è sui social. Gli utenti sanno che ciò che condividono può arrivare molto lontano. Però questo non significa che abbiano capito che questa diffusione potrà costituire la storia della loro vita. Tutto ciò ci riporta al problema di fondo dell’essere umano, cioè il rifiuto della mortalità. Pensare a ciò che si lascia equivale ad accettare la propria morte.

Per molto tempo abbiamo continuato a pensare a internet come a una tecnologia giovane, ma ormai non è più così. Questo, insieme all’invecchiamento della popolazione e allo sviluppo di servizi come l’Inactive Account Manager, significa che stiamo iniziando ad affrontare la morte anche su internet? Certo. Quando ho iniziato a fare le mie ricerche, nel 2008, era molto difficile trovare informazioni a riguardo. E da quel momento ho visto crescere le discussioni sull’argomento in modo esponenziale. La mossa di Google di aprire un account manager è una svolta: per la prima volta un fornitore considera questo problema così importante da creare uno strumento dedicato.

La cosa più affascinante è che si tratta del primo servizio che ha detto agli utenti “dicci cosa vuoi che succeda quando non userai più questo account”. 

I 'morti' su Facebook sono ormai più di 30 milioni: è stato questo a modificare la nostra mentalità o si tratta del riflesso di una maggiore consapevolezza del nostro io digitale? La risposta è “entrambe”. Con l’invecchiamento di Internet vedremo sempre più utenti morire. La mortalità funziona così. Credo che parte di questo sia una reazione al fatto che vediamo morire personalità che online avevano un grosso peso e per cui le famiglie vogliono agire in modo adeguato. Poi credo che a causa dell’aumento degli utenti, e quindi del problema, si inizi a percepire l’esistenza di una nuova realtà da affrontare.


Fonte: Vice
Segnalato da: NonCiPossoCredere